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Quando una vettura, nata per le corse in pista, non
ottiene risultati cade nel dimenticatoio e poco e nulla si
racconta su di lei. Effettivamente la P1 progettata da
Merosi non ha avuto una storia felice. Non aveva una elevata
potenza e non ha conquistato podi, ma il suo accantonamento fu
anche decretato dalla tragica morte di Sivocci che durante le
prove a Monza uscì di pista alla curva che oggi si
chiama Ascari. Conseguenze negative si riversarono su
Merosi che dovette prima condividere il posto con il nuovo
assunto Vittorio Jano (al quale fu affidata la realizzazione
della vittoriosa P2) per poi abdicare definitivamente tre anni
dopo.
Eppure questa vettura aveva qualcosa di veramente
innovativo nella ricerca aerodinamica. Il frontale
arrotondato, le carenature sottoscocca a barchetta, il
posto di guida
abbassato sfruttando lo spazio al di sotto dell'asse delle
ruote. Il conducente infossato dentro la macchina aveva
la testa che spuntava appena dal cofano della vettura.
Probabilmente l'asse motore passava in mezzo all'abitacolo che
non doveva essere molto comodo.
Un abisso (in meglio) in confronto alla 20-30 ES.
Soluzioni talmente innovative che si dovranno aspettare
decenni prima di ritrovare progetti così attenti alla
aerodinamica e che sfruttino lo spazio al di sotto degli
assali delle ruote!
Furono prodotte
3 biposto Gran Premio (P1). 6 cilindri in linea in blocco di
acciaio alesaggio 65mm corsa 100mm per una cilindrata totale
di 1990cc, ed una cilindrata unitaria di appena 332cc.
Purtroppo la potenza non superava i 95cv anche se per la prima
volta si assiste ad un considerevole aumento dei numeri dei
giri fino a 5000 al minuto. Alimentazione aspirata, freni a
tamburo, velocità massima 180 km/h. Ponte posteriore rigido
sospensioni a balestre effettivamente don dovevano essere
facili da guidare. |